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enrica.tortarolo
04 apr 2019
In I casi
Riflettendo sui miei alunni, ogni bambino avrebbe necessità di spazio e tempo dedicato per il compito richiesto perché ha vissuto situazioni di conflitto nelle relazioni sia con i pari, sia con gli adulti di riferimento. Penso che il confronto sia necessario, in certe situazioni determinante, per la formazione della propria identità e personalità ed è necessario non solo per coloro che sono in una fase evolutiva della loro vita, come i bambini, ma anche per chi, come gli insegnanti vivono, interagiscono e sono coinvolti attivamente nel processo di crescita personale dei loro alunni e che ciclicamente affrontano una sfida educativa sempre più complessa, come è la nostra società. A settembre 2017 è giunta una bambina nella classe seconda di scuola primaria dove insegno, nella quale ho una prevalenza oraria. La classe è composta da 23 alunni; nel gruppo sono presenti 6 alunni di origine straniera. La minore ha cambiato scuola in quanto la mamma, pur consapevole delle difficoltà di apprendimento e di attenzione, sostiene che le insegnanti e i compagni non avevano compreso e accettato la piccola. La bambina ha avuto e ha tutt’ora difficoltà sia nell’apprendimento, ma soprattutto nelle relazioni con i pari e talvolta con gli adulti di riferimento. È molto sensibile al richiamo, si blocca nelle attività didattiche se viene ripresa o se le viene detto di proseguire il lavoro ogni qualvolta sia disattenta o si impegni in altre attività giocose come il ritaglio o il disegno. Durante le pause e gli intervalli o i momenti di gioco libero ricerca l’attenzione dell’adulto e interagisce poco con i suoi pari e quando lo fa, è spesso inadeguata. Attira la loro attenzione con scherzi e a volte senza usare la parola ma il corpo, spingendo o usando mani e piedi. Alcuni suoi compagni, quelli più maturi e pazienti, la cercano e la coinvolgono, a volte la aiutano a terminare le attività proposte. La bambina è immatura, pur avendo 8 anni, i suoi giochi riflettono spesso i giochi dell’età prescolare. Essendo figlia unica il confronto tra fratelli o sorelle è assente; a scuola per evitare situazioni di intolleranze e incomprensioni tra loro e per agevolare la conoscenza reciproca si alterna la vicinanza di banco, essendoci anche alcuni bambini più esuberanti e agitati. Lo scorso anno abbiamo attivato un percorso metacognitivo sulle “nostre” capacità per valorizzare le competenze di ciascuno. Ognuno di loro ha riflettuto sul proprio talento, lo ha espresso a voce alta nel gruppo classe e dopo averlo scritto, lo ha custodito dentro uno sorta di scrigno comune. Quest'anno siamo più grandi: abbiamo scritto sul quaderno cosa ci preoccupa e cosa ci rende felici quando siamo a scuola. Alcuni bambini hanno manifestato il timore di non essere compresi dai compagni e/o dalla maestra, altri di essere messi in disparte o di litigare e perdere l'amicizia di un compagno. Moltissimi hanno scritto che stanno bene a scuola quando sono amici di tutti e non litigano, ma si comprendono. Il litigio nasce dalla non comunicazione, dall'incapacità di spiegarsi e di esprimersi, dalle incomprensioni che inevitabilmente si creano. I bambini hanno sempre più difficoltà a comunicare tra loro, a parlarsi e a manifestare con le parole sentimenti ed emozioni del momento. Altresì agiscono senza riflettere, spesso incolpandosi senza motivo per evitare la sgridata, che appare sempre di più una ingiustizia, anche se motivata. Il ruolo del docente in questi contesti è sempre più attivo e delicato, perché si interfaccia non solo con i propri alunni, ma anche con la genitorialità e spesso con la mancanza di regole ferme e di valori etici importanti, come il rispetto dell'altro.
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